L’accoglienza di tutti. Il nostro spirito da sempre è guardare alla persona come un essere umano, degno di attenzione e di cura, sia che viva o meno una condizione sociale e lavorativa svantaggiata, sia che provenga da lontano, oltre i confini dell’orizzonte a cui siamo abituati, laddove il mondo è in subbuglio, dove tradizioni e costumi sono diversi dai nostri, dove le condizioni della donna o di chi esprime bisogni e sentimenti contrari all’opinione comune subisce repressione mentale e anche fisica, dove salute, benessere e istruzione non sono diritti acquisiti. Ognuno per noi è un essere umano, che venga dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe o dai confini dell’Europa.
Conoscere cosa c’è oltre le notizie di cronaca, oltre i pregiudizi, ci permette di vedere la persona, di aprirci all’empatia, alla possibilità di accogliere davvero, non solo quando c’è un’emergenza mediatica, ma quando c’è il bisogno di accompagnare un essere umano nel suo percorso verso la libertà e l’autonomia. Per questo vogliamo raccontarti la storia di Livio, che dal 2016 si occupa del nostro servizio per i richiedenti protezione internazionale.
Accogliere, senza confini e barriere
La storia di Livio è quella di una persona che si è trovata a sviluppare una professionalità e soprattutto una sensibilità particolare, per rispondere all’emergenza dei richiedenti asilo arrivati in gran numero nella nostra regione dal 2016 in poi.
Persone in fuga, che hanno attraversato a volte decine di paesi in condizioni difficili e il Mediterraneo, tutti mettendo a rischio la propria vita, che arrivano qui senza parlare italiano e a volte nemmeno una delle lingue a cui siamo più abituati, come l’inglese o il francese, persone con usi e costumi diversi, che si trovano a condividere spazi in comune, che attendono delle risposte alle autorità (che spesso impiegano anni) per sapere se potranno restare, ottenere protezione o se dovranno andarsene. Questi sono le persone che accogliamo, quelle di cui Livio con Jacopo e gli altri operatori si prendono cura da alcuni anni.
La lingua è spesso l’ostacolo principale. “A volte ci salva Google Translate” ci dice candidamente Livio, perché non sempre è disponibile un mediatore. Ogni giorno ti trovi di fronte a diverse persone, dal ragazzo appena maggiorenne, al maschio adulto, alla famiglia con più componenti, dove spesso con diversi livelli di istruzione.
La dote che più devi sviluppare è la sensibilità. Perché ognuno e ognuna di loro è una storia a sé, visibile e invisibile. Come le ferite che si portano addosso, quelle dovute a percosse o a incidenti, violenze o abusi che a volte causano problemi al sistema nervoso e che non vengono spesso comunicati, per timore, riservatezza o vergogna.
E devi stare attento a mantenere un equilibrio, lavorando con un atteggiamento distaccato, professionale, ma allo stesso tempo avere mente e cuore aperti, per cogliere le “sfumature”, per vederli come persone e non come numeri di un’emergenza.
Tra le tante storie Livio ci tiene a raccontarci quella di un uomo africano che da subito, sin dal suo arrivo, ha dimostrato uno spirito intraprendente e collaborativo. Non amava infatti sentirsi “mantenuto” e cercava di dare una mano come poteva. Il suo orgoglio l’ha portato a imparare a leggere e a scrivere e a cercarsi da solo un avvocato quando in prima istanza gli è stato negato lo status di rifugiato, status che poi gli è stato concesso con il ricorso.
Livio ci racconta di come un giorno si è sorpreso quando l’ha visto assunto da Il Piccolo Principe, presso il nostro servizio di produzione alle aziende dove vengono costruiti sistemi e gruppi meccanici complessi.
Questo è uno dei tanti esempi di ricerca attiva di autonomia, di voglia di costruirsi una vita, ed è uno dei motivi che spingono le persone ad abbandonare i punti di riferimento stabili del proprio paese, della propria cultura. Molti, infatti, decidono di partire a causa della guerra, della mancanza dei diritti fondamentali che li porterebbe ad essere chiusi in prigione o anche uccisi, delle calamità naturali che avvengono a causa dei cambiamenti climatici. Ciò che accomuna queste persone è il desiderio, uguale per tutti gli esseri umani, di vivere un’esistenza dignitosa, libera, di pace, appagante e ricca di significato.
L’iter per ottenere la protezione internazionale non è semplice né veloce ci dice Livio e gli ospiti devono armarsi di una considerevole dose di pazienza e forza d’animo. Il rischio di essere rifiutati è sempre presente. Il richiedente è chiamato dalle autorità a esporre la sua storia, a dimostrare le condizioni di mancato riconoscimento dei diritti o dello stato di guerra del suo luogo d’origine. A volte esistono le testimonianze delle agenzie dell’ONU che in quel momento e in quel territorio sono avvenute violenze e abusi, altre volte non ci sono tracce così evidenti e la persona deve farsi aiutare da un avvocato specializzato, un professionista che va pagato di tasca propria.
“Come ti fa sentire questo lavoro?” Livio risponde “Alla luce di tutti questi meccanismi, degli sforzi, degli insuccessi ma anche delle storie di successo, mi sento soddisfatto e cresciuto, sia come professionista che essere umano, perché ogni giorno mi prendo cura di persone che in fondo vivono situazioni che tutti noi potremmo vivere, anche se ci sentiamo al sicuro.”
In rete con altre cooperative del territorio, Il Piccolo Principe ha accolto e accompagnato 120 persone negli ultimi sette anni: un impegno e una responsabilità che ha portato tutti noi a crescere, così come crediamo di avere fatto crescere la nostra comunità. Le storie che abbiamo ascoltato, di cui ci siamo presi cura, sono storie di persone, famiglie, reti di relazioni che legano il nostro territorio a mondi lontani di cui spesso non sappiamo nemmeno l’esistenza. Sono risorse, perché sono storie vive, di chi ha fatto scelte dure, di chi ha spezzato legami e ne sta creando di nuovi, di chi sta costruendo nuove radici, per poter fiorire, nonostante le spine.


