L’educazione? Si fa dove sono i ragazzi

L'educazione si fa dove sono i ragazzi. Ne parliamo in questa intervista con Elisa Paiero, responsabile del servizio giovani del Piccolo Principe

“L'educazione si fa dove sono i ragazzi. In questa frase si racchiude il senso del nostro modo di lavorare come educatori.” Ne parliamo con Elisa Paiero, responsabile del servizio giovani del Piccolo Principe, che ha portato la nostra esperienza in questo ambito al convegno Avrò cura di te. L’educare delle cose concrete dello scorso 5 giugno a Lignano.

Abbiamo intervistato Elisa su questo argomento: che cosa significa in particolare che l’educazione si fa dove sono i ragazzi?
Raggiungere i ragazzi là dove sono ha un significato molto forte, soprattutto per noi adulti perché abbiamo la responsabilità di aprire un dialogo di conoscenza e ascolto con loro. Non possiamo pretendere che siano loro a venire dove siamo noi e neppure di parlare di loro o di pensare ad attività e a proposte per loro senza una reale conoscenza di chi sono e degli spazi di vita che abitano. Questa è la chiave di pensiero che anima la direzione del nostro agire educativo.

Ma adesso, a seguito dell’emergenza sanitaria, i ragazzi dove sono?
Sicuramente, a causa della pandemia, i ragazzi sono stati “chiusi” a casa spesso nelle loro stanze non solo fisiche, come la loro camera, ma anche virtuali. Questo aspetto però, in modo meno grave e diffuso, era già un dato oggettivo prima del covid: basti considerare i dati di affluenza nei centri aggregativi che da una decina di anni a questa parte a livello nazionale, o quanto meno nel nord Italia, hanno subito una flessione significativa rispetto alla partecipazione in presenza, con una accelerata negli ultimi 5 anni. I ragazzi abitano poco la comunità, le strade, i parchi, le piazze, abitano in particolare spazi strutturati spesso da adulti e abitano molto gli spazi virtuali, online, spesso poco conosciuti e visitati dagli adulti con consapevolezza educativa.

Che cosa è cambiato per i ragazzi In questo periodo segnato dal covid?
Non abbiamo visto niente di troppo nuovo: la pandemia ha reso solo più evidente e più urgente quello che già conoscevamo prima. Viviamo una società altamente prestazionale e competitiva, dove c'è un mettere in scena le emozioni più che un essere e tutto questo da parte innanzitutto degli adulti. Inoltre stiamo assistendo ad una profonda crisi educativa e del ruolo adulto. Di questo se ne parla da molti anni, tanto è vero che le difficoltà e il malessere degli adolescenti e spesso anche dei preadolescenti è molto aumentato, ben prima della pandemia.

Come stanno oggi i nostri ragazzi? Che cosa dicono?
Ciò che indubbiamente è evidente oggi, è la grande sofferenza dei ragazzi che dal mio punto di vista, dopo gli anziani, sono coloro che hanno maggiormente sofferto in questi lunghi mesi di distanziamento e limitazione della socializzazione e delle relazioni. Questo periodo di distanziamento li ha costretti maggiormente nei propri spazi privati e domestici, in cui in un certo senso già si erano un po' ritirarti da prima della pandemia, ovvero da quando con uno Smartphone o con un PC riescono ad entrare in relazione con i propri coetanei e a vivere esperienze virtuali di svago e di socializzazione. Situazione, anche questa, che ha evidenziato le contraddizioni di un mondo adulto che usa molto le nuove tecnologie ma che da sempre le considera nocive per i ragazzi, per poi fare una grossa inversione di marcia in questo periodo di pandemia e sostenerne l’uso a 360 gradi come unica soluzione sostenibile.

Quindi nei ragazzi cosa avete visto? Che bisogni avete colto?
Sicuramente tanto disorientamento, tanta paura e tanta incertezza verso il futuro: paura di scegliere in mezzo ad un'infinità di scelte, alcune fasulle e ammaliatrici, paura di sbagliare e di fallire. Fallire l’ideale di sé, fallire l’attesa delle persone care, fallire il modello che la società di oggi richiede. Cosa che genera un senso di vergogna talmente profondo da spiegare i sempre più frequenti tentativi ed espedienti di attacco al proprio corpo: dal cutting ai disturbi alimentari fino ai tentativi di suicidio.
Abbiamo anche colto il bisogno dei ragazzi di sentirsi affiancati da adulti, percepiti non come autoritari (quelli che sanno tutto) bensì come coloro che sanno ascoltare, sanno raggiungerli appunto là dove sono, privi di volontà di giudizio ma con il vero desiderio di conoscere, di comprendere e di mettersi al loro fianco per aiutarli a costruire il proprio progetto di vita. Adulti coerenti in grado di accettare ed accogliere le difficoltà e le fragilità della società attuale e di offrire un supporto concreto e credibile.

In questo contesto come siete andati incontro alle loro necessità?
Crediamo che l'intenzionalità sia l'altro elemento chiave per l’ educazione, perché l’educazione senza la consapevolezza è semplicemente un “fare cose” fini a sé stesse. La finalità educativa principale che ci ha guidati durante il periodo della pandemia sicuramente è stata quello di poter dare una risposta proprio al malessere e al disorientamento dei ragazzi: tutte le nostre attività hanno avuto questo obiettivo, ossia creare attraverso diverse modalità un ambiente di ascolto, di relazione fra pari, di confronto anche con adulti realmente interessati. Ma anche un ambiente in cui mettersi in gioco, in cui sperimentarsi e conoscersi.
Abbiamo riscontrato come si siano rivelate efficaci tutte quelle proposte avvenute principalmente attraverso un contatto diretto, personale, che sono state percepite da loro come utili al proprio percorso di crescita. Ciò a testimonianza del fatto che a differenza di quanto spesso molti credono, i ragazzi sono molto capaci di comprendere che cosa davvero gli serve e di capire se ciò che gli stiamo offrendo serve a noi adulti per giustificare le nostre attese o le nostre mancanze oppure se serve davvero a loro.
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